Marco Leti's Blog

5 luglio 2011

Manovra 2011: prime analisi sulle disposizioni relative alla disabilità

Filed under: Benvenuto — marcoleti @ 6:11 pm

Circola in queste ore la prima bozza della Manovra finanziaria che interesserà il bilancio dello Stato, e i Cittadini italiani nei prossimi anni. Come sempre i testi in circolazione e le relative dichiarazioni sono da considerare con grande prudenza, sapendo che prima che le intenzioni espresse divengano una norma dello Stato, ci sono dei passaggi articolati da seguire, un confronto parlamentare e ampi emendamenti anche di parte governativa. Bisognerà, quindi, attendere per lo meno la pubblicazione del Decreto-legge in Gazzetta ufficiale per avere certezza del valore dei testi.

Inoltre oltre alle disposizioni per la stabilizzazione dei conti è attesa anche la presentazione del disegno di legge che prevede una delega al Governo per la riforma fiscale e assistenziale.

L’analisi che segue è quindi del tutto provvisoria e parziale, in quanto si concentra su due articoli di maggiore interesse: l’inclusione scolastica e l’invalidità civile. Iniziamo da quest’ultima.

Invalidità civile e contenzioso

La prima bozza della Manovra non prevede nuovi controlli né riduzioni nelle provvidenze economiche a favore degli invalidi civili. Tenta invece di intervenire sul contenzioso civile che riguarda l’invalidità, la cecità e la sordità civile, ma anche l’inabilità e l’invalidità “pensionabili” cioè quelle riconosciute ai lavoratori, con un minimo di versamenti contributivi, divenuti disabili parziali o totali nel corso della carriera lavorativa.

Con la mole di procedimenti gestiti da INPS, è quasi fisiologica la presentazione di ricorsi e contenziosi amministrativi e davanti all’autorità giudiziaria.

In realtà quella del contenzioso in giudizio è una spina nel fianco dell’Istituto che comporta un notevolissimo impegno di risorse, non sempre efficace quando INPS è soccombente nelle cause che riguardano pensioni ed altre prestazioni.

Alcuni dati li raccogliamo nell’ultimo Bilancio presentato da INPS: il primo gennaio 2009 erano giacenti 769.037 contenziosi; a fine anno, nonostante ne fossero stati definiti 296.412, ce n’erano giacenti 822.959. Quelli nuovi infatti superavano quelli già “evasi”. Un cifra impressionate che sovraccarica notevolmente anche la giustizia civile.

In particolare, la giacenza dei contenziosi legali all’invalidità civile, a fine 2009, era di 292.726 casi. I nuovi ricorsi nel 2009 sono stati 114.664, ma va tenuto conto che non si era ancora conclusa la prima fase dei controlli straordinari e che nel corso del 2011 ce ne saranno altri 250.000 con un inevitabile incremento del contenzioso.

Un ultimo dato interessante è quello relativo alle cause concluse nel corso del 2009: sono 137.154. Il giudice ha dato ragione all’INPS in 58.866 casi. Meno della metà, visto che in 64.063 casi il giudice ha dato ragione agli invalidi.

Tempi e risorse che INPS intende diminuire, per certi versi giustamente, e che il testo della Manovra recepisce nell’articolo denominato “Processo civile ed altre disposizioni per la maggior efficienza della giustizia”. Questo presenta interventi che, nelle intenzioni di chi ha elaborato il testo, vengono proposti come una forma di tutela per il Cittadino. In realtà, per quanto riguarda le invalidità civili, l’intento è quello di ridurre e limitare il contenzioso, non sempre garantendo la “parità” fra le parti. Vediamo di cosa si tratta.

Nuove modalità di ricorso

Attualmente chi vuole opporsi ad una decisione di INPS in materia di invaldità o di handicap, presenta ricorso al Giudice, allega memorie, documentazione sanitaria, perizie di parte. Il Giudice nomina un CTU, Consulente Tecnico dell’Ufficio, incaricato di stendere una relazione peritale che poi il Giudice acquisisce, assieme alle eventuali memorie, perizie, documentazioni della controparte. I tempi, spesso, sono molto lunghi e possono arrivare ad alcuni anni prima della sentenza del Giudice.

Il testo proposto modifica il Codice di procedura civile, introducendo uno nuovo articolo specifico per queste situazioni: l’articolo 445 bis. Questo articolo prevede l’accertamento tecnico preventivo obbligatorio. L’obiettivo è di risolvere il contenzioso in tempi più rapidi e senza sovraccaricare la giustizia civile di ripetute udienze. Teoricamente positivo come intento.

Il Cittadino che intenda opporsi ad una decisione (esempio più frequente: un verbale di invalidità) di INPS, non presenta più il ricorso introduttivo per il giudizio, ma presenta, sempre al Tribunale, l’istanza di accertamento tecnico per la verifica preventiva delle condizioni sanitarie legittimanti la pretesa fatta valere. Insomma non si va subito “in causa” ma si chiede una consulenza tecnica preventiva ai fini della conciliazione della lite (con ciò che comporta poi in termini di processo verbale in caso di conciliazione).

Il Giudice nomina il consulente tecnico. Il consulente tecnico provvede a stendere la relazione e, prima di depositarla, tenta la conciliazione fra le parti.

Senza accertamento tecnico preventivo il Giudice non procede. Alla prima udienza, se rileva che non è stata presentata l’istanza o non è stato completato l’accertamento tecnico preventivo, concede al massimo altri 15 giorni di tempo.

Terminate le operazioni di consulenza, il Giudice, con decreto comunicato alle parti (INPS e Cittadino), fissa un termine perentorio non superiore a trenta giorni, entro il quale le medesime devono dichiarare, con atto scritto depositato in cancelleria, se intendono contestare le conclusioni del consulente tecnico dell’ufficio.

In assenza di contestazione, il giudice, entro trenta giorni, omologa con decreto l’accertamento del requisito sanitario presentato nella relazione del consulente.

Il decreto è inappellabile, cioè non si possono più presentare ricorsi. Gli enti competenti (es. INPS) provvedono, dopo la verifica degli ulteriori requisiti previsti dalla normativa vigente, al pagamento delle relative prestazioni, entro 120 giorni.

Al contrario, nei casi di mancato accordo, la parte che abbia dichiarato di contestare le conclusioni del consulente tecnico dell’ufficio deve depositare, presso lo stesso Giudice, entro il termine perentorio di trenta giorni dalla dichiarazione di dissenso, il ricorso introduttivo del giudizio, specificando, a pena di inammissibilità, i motivi della contestazione.

La successiva sentenza – secondo quanto previsto dalla Manovra – è inappellabile e questa limitazione ad un solo grado di giudizio lascia alquanto perplessi.

In un successivo passaggio, la Manovra interviene ancora sulla partecipazione dell’INPS nella definizione della relazione peritale del Consulente tecnico di ufficio. La Manovra modifica una norma già esistente (art. 10, comma 6-bis legge 2 dicembre 2005, n. 248) con l’intento di rendere più semplice la partecipazione del medico legale INPS, rispetto alla partecipazione dell’eventuale consulente della controparte (Cittadino).

Le nuove disposizioni dovrebbero entrare in vigore dal primo gennaio 2012. E’ da capire se riguarderanno anche i ricorsi già depositati oppure solo quelli presentati dopo quella data. 

Dubbi

Le nuove disposizioni, ad una prima lettura (quella proposta da parte governativa), sembrano voler agevolare il Cittadino nei suoi rapporti con la giustizia civile, abbreviando i tempi del contenzioso.

In realtà rimangono aperti non pochi interrogativi.

Ci si chiede, ad esempio, perchè non sia stata ipotizzata la reintroduzione, magari aggiuntiva a quanto già previsto in Manovra, di una qualche forma di ricorso amministrativo. Oppure della formalizzazione dell’istanza di riesame presso lo stesso INPS, cioè del potenziamento e della pubblicizzazione della possibilità per il Cittadino di richiedere a INPS di riesaminare il caso proprio per evitare contenzioso.

Mentre è comprensibile che una volta accettata la consulenza tecnica d’ufficio, non sia possibile presentare ricorso, non è condivisibile, anche da un punto di vista di principi generali, che sia inappellabile l’eventuale sentenza di primo grado.

Nella logica complessiva, poi, il ruolo del consulente tecnico dell’ufficio diviene centrale e dirimente, il che – in via teorica – non è scorretto trattandosi di appurare uno status sanitario su cui il giudice non ha stretta competenza professionale.

Ma ciò lascia aperti ed amplifica i notevoli problemi segnalati quotidianamente, rispetto alle reali specifiche competenze delle migliaia di consulenti “a disposizione”dei Tribunali. Nessuna norma precisa, ad esempio, che il consulente deve essere un medico legale oppure un medico specialista nella patologia da esaminare. Conseguentemente non è infrequente incontrare casi in cui a svolgere l’attività di consulenza siano medici con specializzazioni molto lontane dalla patologia da esaminare (es. dermatologi, ginecologi, medici dello sport chiamati a valutare casi di distrofia, lesione spinale, morbo di Alzheimer …).

Infine, vi sono poi degli aspetti, più o meno evidenti, di “conflitto di interessi”, mai sufficientemente accertati dai Giudici. Chi svolge o ha già svolto attività professionale per INPS, è corretto che sia chiamato come consulente in una perizia che vede l’Istituto come parte in causa?

In sintesi, si ha l’impressione che se da un lato i tempi potrebbero essere abbreviati (forse, poiché nessuna disposizione precisa i tempi del Giudice per nominare il consulente, né il tempo di quest’ultimo per redigere la relazione), dall’altro le garanzie per il Cittadino saranno sicuramente inferiori.

E sempre a proposito di tempi, lascia perplessi il limite di 120 giorni entro in quale l’ente dovrebbe provvedere al pagamento delle eventuali provvidenze: nell’era dell’informatica e delle telematica, e visto il tipo di accertamenti davvero minimi da eseguire, quattro mesi di tempo sembrano davvero esagerati, visti soprattutto i dichiarati intenti semplificatori del Legislatore. È chiaro che quel limite è fissato in funzione degli interessi legali (altra spina nel fianco dell’INPS) che, in questo modo, decorrono dal centoventunesimo giorno e non dalla data del sentenza.

tratto da handylex.org

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15 maggio 2011

La pensione di reversibilità e i figli inabili

Filed under: Benvenuto — marcoleti @ 8:23 am

La pensione ai superstiti viene erogata dopo il decesso del pensionato o dell’assicurato che ancora lavori.
La pensione ai superstiti può essere di reversibilità, nel caso il deceduto percepisse già la pensione di vecchiaia o di anzianità, oppure indiretta, nel caso in cui il deceduto lavorasse ancora e avesse versato un minimo di contributi.

Viene riconosciuta:

  • al coniuge anche separato (se il tribunale ha decretato il diritto agli alimenti) o, in casi particolari, anche divorziato;
  • ai figli che alla data del decesso siano minori, studenti che non svolgano attività lavorativa (fino ai 26 anni se studenti universitari); inabili indipendentemente dall’età;
  • in alcuni casi specifici ai genitori (ultra65enni, se non ci sono figli, nipoti, o coniuge e se sono a carico al momento del decesso); ai nipoti (se minorenni e se i genitori non sono in grado di assisterli al momento del decesso); ai fratelli e alle sorelle (se a carico e se non ci sono figli, coniugi, genitori o nipoti).

A quanto ammonta
Le quote dovute ai familiari vengono calcolate sulla pensione che sarebbe spettata al lavoratore al momento del decesso, comprensiva – se la pensione risultante è troppo bassa – dell’eventuale integrazione al trattamento minimo.
La pensione spetta in percentuale diversa, a seconda del grado di parentela degli aventi diritto. Vediamo i casi più frequenti.

  • Il coniuge: 60% della pensione
  • Il coniuge con un figlio: 80%
  • Il coniuge con due figli: 100%

Nel caso manchi il coniuge, i familiari a carico al momento del decesso, hanno diritto ad aliquote diversificate; ad esempio:

  • figlio: 70%
  • due figli: 80%
  • tre figli: 100%
  • un genitore: 15%
  • due genitori: 30%

Nel caso più soggetti abbiano diritto alla pensione, la somma delle diverse aliquote non può superare comunque il 100% della pensione cui aveva diritto l’assicurato al momento del decesso.
Se il superstite che percepisce la pensione possiede altri redditi, la pensione viene ridotta percentualmente a seconda del reddito. Ad esempio: se il reddito annuo è superiore a tre volte il trattamento minimo (per il 2009, 17.869,80 euro), l’ammontare della pensione viene ridotta del 25%. Se è superiore a 4 volte il trattamento minimo viene diminuita del 40% e, se è superiore di 5 volte, del 50%.

Cosa significa “a carico”
È importante sottolineare che, per le pensioni ai superstiti, il concetto di “a carico” è diverso che in ambito strettamente fiscale ai fini IRPEF secondo cui, per essere a carico, i familiari non devono disporre di un reddito proprio superiore 2.840,51 euro, al lordo degli oneri deducibili.
Nel caso della pensione ai superstiti la definizione è più ampia.
La normativa vigente prevede che “ai fini del diritto alla pensione ai superstiti, i figli di età superiore ai 18 anni e inabili al lavoro … si considerano a carico dell’assicurato o del pensionato se questi, prima del decesso, provvedeva al loro sostentamento in maniera continuativa”. (Riferimento: articolo 13 del Regio decreto legge 14 aprile 1939, n. 636 come modificato dalla Legge 903 del 21 luglio 1965 art. 22 comma 7)
Il termine “sostentamento” implica sia la non autosufficienza economica dell’interessato, sia il mantenimento da parte del lavoratore o pensionato deceduto.

La “non autosufficienza economica” si verifica con modalità diverse; sono considerati non autosufficienti economicamente:

  • i figli maggiorenni (con le precisazioni esposte sopra) che hanno un reddito che non supera l’importo del trattamento minimo maggiorato del 30% (cioè 595,66 euro mensili per il 2009);
  • i figli maggiorenni inabili che hanno un reddito non superiore a fissato annualmente per il diritto alla pensione di invalido civile totale (cioè 1.240,52 euro mensili per il 2009);
  • i figli maggiorenni inabili, titolari dell’indennità di accompagnamento, che hanno un reddito non superiore a quello fissato annualmente per la concessione della pensione di invalido civile totale aumentato dell’importo dell’indennità di accompagnamento (e cioè 1.712,56 euro mensili per il 2009).

Il “mantenimento abituale” è desunto dai comportamenti tenuti dal lavoratore o dal pensionato deceduto nei confronti del familiare superstite.
Nel caso di figlio inabile le verifiche sono diverse a seconda che questi sia convivente o non convivente. Nel primo caso è sufficiente lo stato di autosufficienza economica, dando per scontato che il sostentamento fosse assicurato dal lavoratore o pensionato deceduto. Nel secondo caso – non convivenza – è necessario dimostrare anche il “mantenimento abituale” ed in questo caso viene effettuato un esame comparativo dei redditi del lavoratore/pensionato e del superstite per appurare se il primo concorreva effettivamente, in maniera rilevante e continuativa, al mantenimento del figlio non convivente.

L’inabilità e il lavoro
Ai fini della concessione della pensione ai superstiti, si considerano inabili “le persone che si trovino nell’assoluta e permanente impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa.” (art. 8, comma 1, Legge 222/1984).
Rispetto alla documentazione sanitaria, gli Enti previdenziali solitamente fanno riferimento al certificato di invalidità al 100% con o senza indennità di accompagnamento.
Fino all’approvazione della Legge 31/2008, la concessione della pensione ai superstiti era preclusa nel caso l’inabile svolgesse una qualsiasi attività lavorativa, anche part-time, al momento della scomparsa del genitore.
La Legge 31/2008 (articolo 46) ha introdotto proprio in tal senso un’eccezione: l’attività lavorativa svolta con finalità terapeutica dai figli riconosciuti inabili, con orario non superiore alle 25 ore settimanali, presso le cooperative sociali, o presso datori di lavoro che assumono persone disabili con convenzioni di integrazione lavorativa (articolo 11, legge 12 marzo 1999, n. 68) non preclude l’erogazione della pensione di reversibilità.
La finalità terapeutica dell’attività lavorativa viene accertata dall’ente erogatore della pensione ai superstiti (INPS, INPDAP ecc.).
L’INPS nella Circolare n. 15 del 6 febbraio 2009, precisa ulteriormente le indicazioni del Legislatore.

La prima verifica è relativa al datore di lavoro che deve:

  • rientrare nella categoria dei laboratori protetti o delle cooperative sociali di cui alla legge n. 381 del 1991;
  • oppure, deve aver assunto l’inabile per effetto di una convenzione di integrazione lavorativa di cui all’articolo 11 della legge n. 68 del 1999;
  • oppure, deve aver assunto l’inabile con contratto di formazione di lavoro, di apprendistato, ovvero con le agevolazioni previste per le assunzioni di disoccupati di lunga durata.

L’orario settimanale del lavoratore che come previsto espressamente dalla Legge 31/2008 non può eccedere le 25 ore settimanali.

La seconda verifica riguarda l’accertamento della natura terapeutica dell’attività lavorativa.
L’INPS ribadisce che l’attività svolta dal soggetto inabile deve avere una funzione terapeutica e di inclusione sociale accertata dall’INPS attraverso i suoi Centri medico Legali che dovranno considerare che “per alcune persone affette da gravi disabilità, il concetto di lavoro assume una diversa connotazione rispetto a quello di prestazione d’opera retribuita atta a garantire un’esistenza libera e dignitosa ai sensi dell’art. 38 della Costituzione: per queste persone il lavoro assume invece una valenza terapeutica ” e che l’attività lavorativa può favorire lo sviluppo di alcune autonomie della persona (autonomie personali, autonomie motorie, sviluppo della comunicazione, sviluppo delle competenze socio-adattative) come previsto nei comuni programmi di riabilitazione.

tratto da handylex.org

15 aprile 2011

Permessi e congedi: approvato lo schema di Decreto

Filed under: Benvenuto — marcoleti @ 10:02 am

Il Consiglio dei Ministri, nella seduta del 7 aprile scorso, su proposta dei Ministri del Lavoro (Sacconi) e della Pubblica Amministrazione (Brunetta), ha approvato lo schema di Decreto Legislativo per il riordino della normativa in materia di congedi, aspettative e permessi.

Va subito detto che questo schema non è ancora norma e che l’iter passa ora per l’acquisizione del parere delle Commissioni parlamentari di Camera e Senato e di quello della Conferenza Stato-Regioni, per poi tornare in Consiglio dei Ministri ed essere sottoposto a deliberazione definitiva. Potrebbero essere necessari diversi mesi, anche se difficilmente il testo subirà modificazioni eclatanti.

La delega al Governo è stata fissata all’articolo 23 della Legge 183/2010, la stessa norma che all’articolo successivo ha già modificato la precedente disciplina in materia di permessi ai lavoratori che assistono familiari con grave disabilità (art. 33 della Legge 104/1992).

Con il nuovo Decreto, il Governo tenta di disciplinare in modo più stringente la concessione dei permessi (tre giorni al mese) e dei congedi biennali retribuiti, oltre ad intervenire sui congedi di maternità, sui congedi per terapie per gli invalidi e sulle aspettative per i dottorati di ricerca. Alcuni passaggi rappresentano dei chiarimenti applicativi, in alcuni casi già presenti nella prassi amministrativa, altri passaggi tendono a contenere abusi, altri ancora restringono la platea dei beneficiari di alcune forme di agevolazione lavorativa. Vediamoli con ordine.

Cumulabilità dei permessi lavorativi

L’articolo 6 del nuovo Decreto aggiunge un periodo e un comma all’articolo 33 della Legge 104/1992 che – come detto – è stato già modificato dalla recente Legge 183/2010.

Sono affrontate due fattispecie tutt’altro che infrequenti. Il primo è il caso della cumulabilità dei permessi in capo allo stesso lavoratore per l’assistenza a più familiari con grave disabilità. Finora la fattispecie non era disciplinata dalla normativa: se n’era occupato il Consiglio di Stato nel lontano 1996 e alcune circolari amministrative di INPS e INPDAP nel corso degli anni.

Il Decreto ora fissa una regola: si possono cumulare i permessi solo a condizione che il “secondo” familiare da assistere sia il coniuge o un parente o affine entro il primo grado o entro il secondo grado qualora i genitori o il coniuge della persona con handicap in situazione di gravità abbiano compiuto i 65 anni di età oppure siano anch’essi affetti da patologie invalidanti o siano deceduti o mancanti. Non è mai ammessa la cumulabilità nel caso in cui anche il “secondo” familiare da assistere sia un parente o un affine di terzo grado, nemmeno nel caso in cui il coniuge o il genitore sia deceduti o mancanti o invalidi o ultra65enni. Per comprendere meglio: i parenti di terzo grado sono gli zii e i bisnonni.

I lavoratori per i quali cambia il trattamento sono:

  • quelli che assistono più parenti o affini tutti di terzo grado (es.: zii propri o del coniuge; nipoti in quanto figli di fratelli) che non avranno più diritto alla concessione del “secondo” permesso; per il “primo” restano ferme le condizioni di assenza, età, invalidità del coniuge/genitori della persona da assistere;
  • quelli che assistono parenti o affini tutti di secondo grado, per i quali non sussistono le condizioni di assenza, età, invalidità del coniuge/genitori della persona da assistere; in questo caso non avranno più diritto alla concessione del “secondo” permesso, ma solo del “primo”.

 

Nulla cambia per i lavoratori che assistono un familiare di secondo grado e uno di terzo il cui coniuge o genitore siano ultra65enni, invalidi, mancanti o deceduti. Infatti il Decreto non abroga la disposizione che consente la concessione del “primo” permesso anche per il terzo grado di affinità o parentela, nel caso in cui manchi (o sia invalido o deceduto) il coniuge o il genitore.

Chi cumula i permessi per l’assistenza della madre, del suocero e di un figlio potrà continuare a beneficiarne.

La nuova disposizione appare, quindi, meno efficace di quanto potrebbe sembrare.

Assistenza lontana dal domicilio

La Legge 183/2010 ha abrogato le condizioni di “continuità ed esclusività” fissate nel caso i permessi fossero richiesti per l’assistenza a parenti ed affini con i quali non vi sia convivenza.

Come sottolineato su queste colonne, quella abrogazione consente la concessione dei permessi anche quando il familiare da assistere abiti a centinaia di chilometri di distanza.

Su questi casi, il nuovo Decreto fissa una regola dagli intenti antielusivi imponendo che il lavoratore che usufruisce dei permessi “per assistere persona in situazione di handicap grave, residente in comune situato a distanza stradale superiore a 150 Km rispetto a quello di residenza del lavoratore, attesta con titolo di viaggio, o altra documentazione idonea, il raggiungimento del luogo di residenza dell’assistito”.

Nella sostanza, bisognerà provare di essersi effettivamente recati – nei giorni di fruizione dei permessi – presso il domicilio del familiare da assistere.

Congedi per l’assistenza a figli minori

Il terzo articolo del nuovo Decreto (non ancora approvato) introduce una modificazione dell’articolo 33 del Decreto Legislativo 151/2001, precisando che la già prevista possibilità di fruire di tre anni di congedo retribuito sia utilizzabile fino al compimento dell’ottavo anno di età del bambino, se non ricoverato in istituto specializzato.

Va detto che nel computo dei tre anni sono inclusi anche i congedi parentali concessi alla generalità dei genitori (fino ad 11 mesi totali se a fruirne sono entrambi) a prescindere dalla disabilità del figlio.

Inoltre si precisa che questo congedo – che può essere continuativo o frazionato – è relativo a ciascun figlio con disabilità, può essere fruito alternativamente da ciascun genitore, ma è incompatibile con la contemporanea fruizione dei permessi lavorativi (art. 33 della Legge 104/1992).

Resta in vigore l’opportunità (art. 42, comma 1, D. Lgs. 151/2001) di fruire, in alternativa al congedo, delle due ore di permesso giornaliere, ammessa tuttavia solo fino al terzo anno di età del bambino.

Congedi

L’articolo più stringente è il quarto ché rivede, in modo significativo, gli aventi diritto ai congedi biennali retribuiti previsti dall’articolo 42 del Decreto Legislativo 151/2001.

Il nuovo Decreto non può che tenere in considerazione le tre sentenze di Corte Costituzionale che, negli anni, hanno ampliato la platea dei beneficiari (ai figli e al coniuge). Tuttavia il nuovo testo, pur confermando i beneficiari potenziali (coniuge, genitori, figli, fratelli e sorelle), fissa condizioni diverse di priorità nell’accesso ai congedi.

L’ordine di priorità è: coniuge, genitori, figli, fratelli e sorelle. Rimane ferma la condizione dell’assenza di ricovero.

Il primo beneficiario è, quindi, il coniuge convivente con la persona gravemente disabile.

In caso di mancanza, decesso o in presenza di patologie invalidanti del coniuge convivente, ha diritto a fruire del congedo il padre o la madre anche adottivi (anche se non conviventi con il figlio). Da far rilevare che, diversamente dalla disciplina sui permessi, in questi casi non viene previsto alcun limite di età di chi dovrebbe assistere il disabile.

In caso di decesso, mancanza o in presenza di patologie invalidanti del “padre e della madre” (nel testo è usata la formula congiuntiva “e”, non quella disgiuntiva “o”), anche adottivi, ha diritto a fruire del congedo uno dei figli conviventi.

Se anche i figli conviventi sono deceduti, mancanti o invalidi, il beneficio passa ai fratelli o alle sorelle conviventi.

Per quanto riguarda i genitori, il congedo può essere fruito anche quando uno dei due non sia un lavoratore, oppure sia un lavoratore autonomo (che quindi non può accedere a questi benefici). In tutti gli altri casi, questa eccezione non è ammessa. Quindi, nel caso in cui un disabile conviva con la moglie casalinga, il congedo non può essere concesso, ad esempio, al figlio convivente, a meno che la madre non sia essa stessa affetta da patologie invalidanti.

La nuova articolazione dell’articolo 42 del Decreto Legislativo 151/2001 afferma che anche il congedo, come già i permessi di cui all’art. 33, comma 3, della Legge 104/1992, non può essere riconosciuto a più di un lavoratore per l’assistenza alla stessa persona. Al contrario, per l’assistenza allo stesso figlio con handicap in situazione di gravità, i diritti sono riconosciuti ad entrambi i genitori, anche adottivi, che possono fruirne alternativamente, ma nello stesso periodo l’altro genitore non può fruire dei permessi ex art. 33 della Legge 104 né del congedo parentale di tre anni concesso fino all’ottavo anno di vita.

Da ultimo, non è chiaro se la nuova disciplina si applica solo alle future concessioni dei congedi o anche a quelli in essere da prima dell’entrata in vigore della norma. Questo, ovviamente, non è un problema di poco conto.

Congedi e retribuzione

I nuovo Decreto precisa che, durante il periodo di congedo, il lavoratore ha diritto a percepire un’indennità corrispondente all’ultima retribuzione, con riferimento alle voci fisse e continuative del trattamento. Il periodo medesimo è coperto da contribuzione figurativa. L’indennità e la contribuzione figurativa spettano fino a un importo complessivo massimo di euro 43.579,06 annui per il congedo di durata annuale, importo che viene rivalutato di anno in anno tenendo conto degli indicatori ISTAT.

Congedi per cure

Il congedo per cure riservato ai lavoratori invalidi è un istituto piuttosto datato, essendo stato fissato originariamente da una norma del 1971.

L’articolo 26 della Legge 118/1971 prevede che “ai lavoratori mutilati e invalidi civili cui sia stata riconosciuta una riduzione della capacità lavorativa inferiore ai 2/3, può essere concesso ogni anno un congedo straordinario per cure non superiore a trenta giorni, su loro richiesta e previa autorizzazione del medico provinciale”.

Successivamente il Decreto legislativo 509/1988 ha precisato che “il congedo per cure previsto all’art. 26 della legge 30 marzo 1971 n. 118, può essere concesso ai lavoratori mutilati ed invalidi ai quali sia stata riconosciuta una riduzione della attitudine lavorativa superiore al 50%, sempreché le cure siano connesse alla infermità invalidante riconosciuta”.

Il nuovo Decreto interviene su questo istituto dando valore di norma ad alcune tendenze già consolidate in giurisprudenza e dalla prassi amministrativa e chiarendo altri aspetti.

Durante il periodo di congedo, il dipendente ha diritto a percepire il trattamento calcolato secondo il regime economico delle assenze per malattia. Inoltre, il datore di lavoro non chiede l’accertamento mediante visita di controllo, ma il lavoratore è tenuto a documentare in maniera idonea le cure avvenute.

La necessità della cura, sempre correlata all’infermità invalidante riconosciuta, deve risultare espressamente dalla domanda del dipendente interessato, accompagnata dalla richiesta del medico convenzionato con il Servizio Sanitario Nazionale o appartenente ad una struttura sanitaria pubblica.

Per quanto riguarda il regime giuridico, si chiarisce che tale congedo non rientra nel periodo di comporto. È un aspetto importante: l’articolo 2118 del Codice Civile stabilisce che in caso di malattia il datore di lavoro ha diritto di recedere solo una volta che sia decorso il cosiddetto “periodo di comporto” individuato dai Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro. All’autonomia collettiva è demandata la possibilità di estendere quel periodo nelle particolari ipotesi di malattie lunghe, caratterizzate dalla necessità di cure post-operatorie, terapie salvavita e di una conseguente gestione flessibile dei tempi di lavoro.

La nuova indicazione riprende quanto già espresso nella Nota del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali del 5 dicembre 2006 (Prot. 25/I/0006893) che aveva già affermato che le assenze per congedi per cure non vanno computate nel periodo di comporto.

tratto da handylex.org

1 aprile 2011

Controlli sugli invalidi: Piano straordinario 2011

Filed under: Benvenuto — marcoleti @ 12:48 pm

Come noto, l’INPS è incaricato, per legge, di effettuare nel corso del 2011 250 mila verifiche straordinarie sulla permanenza dei requisiti sanitari degli invalidi civili che percepiscono provvidenze economiche. Si sommano alle 200 mila effettuate nel 2009 e alle 100 mila nel 2010.

Nel 2009 i criteri di individuazione del campione da sottoporre a verifica erano stati definiti con decreto interministeriale. L’hanno scorso, invece, le regole le aveva fissate l’INPS restringendo il campo per età (18-67 anni) e per epoca di accertamento dell’invalidità (prima del 2007).

Da qualche tempo ci si chiedeva quali sarebbero stati i criteri per il 2011: la risposta arriva dal Messaggio 6763 che la Direzione Generale dell’INPS ha inviato, il 16 marzo, alle proprie Direzioni Regionali.

Dal Messaggio non è chiaro se le indicazioni formulate per il 2010 siano ancora valide, ma di certo l’INPS individua un nuovo, diverso e ampio bacino di persone che saranno sottoposte a visita. Si ha l’impressione che l’INPS non abbia ancora un’idea esatta della dimensione di questo gruppo, che comunque andrà ad ingrossare – senza tante elaborazioni – le “fila” dei potenziali soggetti da controllare.

Revisioni e verifiche

Bisogna sapere che i verbali di invalidità e di handicap possono essere definitivi e non prevedere successive revisioni, oppure, nel caso di evidenze scientifiche che lasciano supporre una potenziale modificazione della patologia o della menomazione, le Commissioni possono prevedere una rivedibilità nel tempo (es. dopo due o tre anni dal primo accertamento).

L’INPS sottoporrà a verifica gli invalidi civili, ciechi civili e sordi – titolari di provvidenze economiche – il cui certificato di invalidità preveda una revisione fra luglio e dicembre 2011.

L’INPS motiva questa scelta come un’azione a vantaggio del Cittadino: “Allo stato attuale, le procedure operative applicate evidenziano una situazione di diffusa criticità con particolare riguardo ai tempi di definizione delle revisioni, derivante soprattutto dal diversificato utilizzo a livello territoriale delle procedure telematiche da parte delle ASL”.

In effetti, la prassi adottata dalle ASL, per i verbali per i quali è prevista una revisione, è molto disomogenea: in alcuni casi il Cittadino viene convocato a visita in tempi utili; in altri è il Cittadino stesso ad attivarsi.

Prosegue l’INPS: “In tali frangenti i cittadini interessati subiscono notevoli e rilevanti disagi, in quanto, alla data di scadenza, le prestazioni economiche loro riconosciute vengono immediatamente sospese e tali rimangono finché non sia completato l’intero iter procedurale di revisione”.

Anche questo è vero: alla scadenza della data di revisione il Cittadino perde lo status di invalido o di persona con handicap, finché quelle condizioni non sono state ridefinite. Il che è molto discutibile sotto il profilo giuridico.

“Pro” e contro

In realtà, la scelta dell’INPS, al di là di una prima apparenza, non apporta vantaggi per il Cittadino e offre, al contrario, all’Istituto un bacino di potenziali persone da controllare i cui contorni sono bene definiti e su cui sono più probabili le revoche delle provvidenze economiche (che comunque avverrebbero, ma che in questo modo sarebbero attribuili all’azione dell’INPS e non alla normale routinaria attività delle ASL).

Un secondo aspetto non vantaggioso per il Cittadino è che l’INPS effettuerà la verifica – in caso di revisione già prevista fra luglio e dicembre 2011 – solo per la titolarità di provvidenze economiche. Non verifica, quindi, le persone che non percepiscono pensione o assegno (magari per superamento dei limiti reddituali). Ma ciò che è più grave è che l’INPS controlla solo la minorazione civile, non lo stato di handicap (Legge 104/1992). Quest’ultimo rimane di competenza della ASL.

Pertanto la persona con invalidità ed handicap riconosciuti e per i quali è prevista una contemporanea rivedibilità, dovrà sottoporsi a due visite – una all’INPS (invalidità) e una all’ASL (handicap) – anziché una sola, con disagio doppio e doppia spesa per l’Erario.

Ma non basta: l’INPS convoca solo i Cittadini per i quali è a conoscenza che sia stata prevista una visita di revisione: gli altri non li convoca e rimangono “a carico” della ASL. Il Cittadino ovviamente non sa – a priori – di chi sia la competenza.

Nessun aggravamento

Un aspetto di dubbia liceità riguarda le ipotesi in cui, in sede di visita, siano evidenti gli aggravamenti dello stato di salute del Cittadino.

L’INPS infatti afferma che secondo le vigenti disposizioni normative, in occasione delle verifiche straordinarie sulla permanenza dei requisiti nei confronti dei titolari di prestazioni di invalidità civile, non è possibile riconoscere una condizione di invalidità superiore a quella in precedenza determinata”.

Non si precisa quali mai siano le “vigenti disposizioni normative” a sostegno di tale affermazione. Nella sostanza: l’INPS non riconosce mai l’aggravamento. Per richiederne il riconoscimento il Cittadino deve presentare una nuova istanza di accertamento e sottoporsi ad ulteriore visita di accertamento. Doppio disagio, spesa doppia per l’Erario.

Neomaggiorenni

Nulla precisa l’INPS rispetto alle revisioni di ufficio per i neomaggiorenni. Come noto, al compimento della maggiore età, i disabili devono sottoporsi a nuova visita in funzione di una diversa valutazione della loro invalidità civile. Qualcuno, impropriamente, sostiene che tale revisione vada effettuata anche sullo stato di handicap (Legge 104/1992)

Da questo accertamento consegue l’eventuale attribuzione della pensione, della conferma o dell’attribuzione dell’indennità di accompagnamento.

Si deve ritenere, dunque, che i neomaggiorenni, a meno che non sia stata esplicitamente indicata nel verbale una data di revisione, siano esclusi da questa verifica.

Difficilmente potrebbe essere il contrario: se il campione includesse tutti i neodiciottenni, a fine verifica l’INPS dovrebbe ammettere di aver concesso più nuove provvidenze di quante ne abbia revocate.

Chi effettua le verifiche

Il Messaggio INPS precisa che le verifiche effettuate sui casi per i quali è comunque precedentemente prevista una revisione sono effettuate all’interno del Piano straordinario e quindi vengono effettuate da una Commissione, nominata dall’INPS territoriale, composta da due medici.

Non è una indicazione di poco conto: in via ordinaria le visite di verifica, sia quelle “nuove” che quelle di “revisione”, vengono effettuate da una Commissione più ampia a cui partecipano anche i medici nominati dalle Associazioni di categoria. Si tratta, cioè, di una Commissione che, almeno sulla carta, dovrebbe essere omogenea nella formazione a quella che opera presso l’ASL e che elabora i verbali da sottoporre poi a verifica.

In tal modo, l’INPS risparmia risorse nella valutazione che però avviene da parte di un numero molto più ristretto di operatori.

La procedura

Vediamo ora quale sarà la procedura e quali comunicazioni perverranno ai Cittadini.

La lista delle persone da convocare a visita sarà definita a livello centrale e comunicata alle Direzioni Regionali INPS. Queste informano le ASL e richiedono i fascicoli sanitari degli interessati (si ricorda che negli anni scorsi la restituzione dei fascicoli è stata molto limitata).

Al Cittadino viene inviata una lettera raccomandata con invito a visita, al fine di consentire l’effettuazione della verifica sanitaria almeno 60 giorni prima della scadenza; nella lettera sono indicati luogo e data della visita, conseguenze in caso di mancata presentazione, invito a presentare durante la visita eventuale documentazione sanitaria.

Rispetto alle consuete modalità per lo svolgimento delle verifiche straordinarie, queste nuove disposizioni relative ai “rivedibili” non prevedono la preliminare richiesta di documentazione sanitaria al Cittadino che potrà consegnarla al momento della visita.

Può essere richiesta visita domiciliare, che verrà ammessa solo nel caso di impedimento fisico, perché la persona si trova in condizione di intrasportabilità o perché in regime di ricovero.

Nel primo si dovrà far pervenire la richiesta di visita domiciliare, con certificazione medica adeguatamente motivata. Nel secondo caso una certificazione rilasciata dalla relativa Direzione sanitaria, accompagnata da richiesta di visita presso la struttura stessa.

In occasione delle visite, possono essere richiesti ulteriori accertamenti specialistici solo se ritenuti indispensabili ai fini del giudizio medico-legale. Sono effettuati presso le strutture specialistiche interne dell’INPS o presso strutture esterne convenzionate.

Se non ci si presenta

Il rifiuto di sottoporsi a visita o l’assenza alla stessa, senza giustificato motivo, comporteranno la sospensione della prestazione, con effetto dal primo giorno del mese successivo alla data prevista per la visita. La prestazione, decorsi 90 giorni dalla data della sospensione, viene revocata.

Nell’arco temporale dei 90 giorni che intercorrono tra la data di sospensione, conseguente alla mancata presentazione alla visita, e quella prevista per la revoca della prestazione, il Cittadino può chiedere direttamente al Centro Medico Legale INPS di essere sottoposto a visita.

Un’annotazione particolare meritano le forme di comunicazione che, come detto, avvengono con raccomandata.

Se la raccomandata risulta regolarmente recapitata, anche per compiuta giacenza, automaticamente e periodicamente si attiva a livello centrale INPS la procedura di sospensione della prestazione a decorrere dalla data della prevista visita.

tratto da handylex.org

4 marzo 2011

Provvidenze economiche per invalidi civili, ciechi civili e sordi: importi e limiti reddituali per il 2011

Filed under: Benvenuto — marcoleti @ 1:04 pm

Ogni anno vengono ridefiniti, collegandoli agli indicatori dell’inflazione e del costo della vita, gli importi delle pensioni, assegni e indennità che vengono erogati agli invalidi civili, ai ciechi civili e ai sordi e i relativi limiti reddituali previsti per alcune provvidenze economiche.
Per il 2011 importi delle provvidenze e limiti reddituali sono stati fissati dalla Direzione Centrale delle Prestazioni dell’INPS con Circolare del 30 dicembre 2010, n.  167 (Allegato n. 1).

Nella tabella che segue riportiamo gli importi in euro, comparati con quelli del 2010.

Tipo di provvidenza Importo Limite di reddito
  2011 2010 2011 2010
Pensione ciechi civili assoluti 281,46 277,57 15.305,79 15.154,24
Pensione ciechi civili assoluti (se ricoverati) 260,27 256,67 15.305,79 15.154,24
Pensione ciechi civili parziali 260,27 256,67  15.305,79 15.154,24
Pensione invalidi civili totali 260,27 256,67 15.305,79 15.154,24
Pensione sordi 260,27 256,67 15.305,79 15.154,24
Assegno mensile invalidi civili parziali 260,27 256,67 4.470,70 4.408,95
Indennità mensile frequenza minori 260,27 256,67  4.470,70 4.408,95
Indennità accompagnamento ciechi civili assoluti 807,35 783,60 Nessuno Nessuno
Indennità accompagnamento invalidi civili totali 487,39 480,47 Nessuno Nessuno
Indennità comunicazione sordi 243,10 239,97 Nessuno Nessuno
Indennità speciale ciechi ventesimisti 189,63 185,25 Nessuno Nessuno
Lavoratori con drepanocitosi o talassemia major 467,43 460,97 Nessuno Nessuno

 

tratto da handylex .org

27 febbraio 2011

INPS sui permessi lavorativi: sospensioni, controlli e revoche

Filed under: Benvenuto — marcoleti @ 10:06 am

Nelle prossime settimane molti lavoratori che fruiscono dei permessi lavorativi riceveranno una comunicazione dall’INPS che richiede chiarimenti rispetto al beneficio di cui godono che nel frattempo viene sospeso. Bisognerà rispondere entro il 31 marzo.

Questo riguarda gli assicurati INPS (gran parte dei dipendenti del settore privato), ma analoghe iniziative di controllo inizieranno anche nel comparto pubblico ad opera delle relative amministrazioni.

Si tratta del primo effetto delle nuove disposizioni introdotte dall’articolo 24 della Legge 183 del 4 novembre scorso. INPS, da parte sua, nel dare comunicazione delle innovazioni introdotte in materia di permessi lavorativi, aveva anticipato nella Circolare 155 del 3 dicembre scorso, l’emanazione di successive indicazioni operative.

Queste nuove disposizioni giungono ora con il Messaggio 1740 (25 gennaio 2011) in cui l’Istituto affronta in particolare i casi che, vista la nuova disciplina, potrebbero non aver più diritto ai permessi lavorativi.

Per comprendere meglio l’azione dell’INPS, vale la pena di ricordare quelle che sono le novità rilevanti introdotte dalla Legge 183/2010, che ha modificato l’articolo 33 della Legge 104/1992. Limitandoci a quelle oggetto del nuovo Messaggio INPS, ricordiamo che:

  1. i permessi possono essere fruiti, oltre che dal coniuge o dai genitori, dai parenti o affini fino al secondo grado;
  2. eccezionalmente i permessi possono essere fruiti dai parenti o affini di terzo grado nel caso in cui uno dei genitori o il coniuge della persona siano deceduti o mancati, oppure abbiano più di 65 anni di età, oppure siano essi stessi affetti da patologie invalidanti;
  3. ad esclusione dei genitori, che possono fruire alternativamente dei permessi lavorativi, negli altri casi un solo lavoratore può accedere all’agevolazione (non è ammessa l’alternatività nemmeno in mesi diversi).

 

I controlli

I singoli controlli dell’INPS potranno concludersi con la conferma dei permessi (nel caso in cui ricorrano le eccezioni previste dal Legislatore) oppure con la revoca degli stessi.

Questi primi controlli non riguardano i lavoratori con handicap grave che fruiscano in proprio dei permessi e, in via generale, i genitori di persone con disabilità grave

Il controllo riguarda invece, sicuramente:

  1. tutti i casi in cui il grado di parentela o affinità non sia stato indicato nelle domande già accettate;
  2. tutti i casi in cui la parentela o affinità sia di terzo grado;
  3. tutti i casi in cui i permessi siano fruiti, pur alternativamente, da parenti o affini che non siano i genitori.

La prima fattispecie è tutt’altro che infrequente, cosicché potrà accadere che i permessi vengano sospesi in attesa di chiarimenti anche a parenti ed affini di secondo grado (es. assistenza al fratello, al nonno, al suocero ecc), che hanno comunque diritto all’agevolazione.

Vediamo ora quali sono le richieste di chiarimenti ai diversi lavoratori.

Parenti e affini di terzo grado

I lavoratori che hanno fruiscono dei permessi lavorativi per l’assistenza ad un parente o affine di terzo grado (es. zio, bisnonno, nipote in quanto figlio di un fratello ecc.) o per i quali non si hanno dati rispetto al grado di parentela/affinità ricevono (assieme al loro datore di lavoro) una comunicazione dall’INPS in cui:

  • si comunica la sospensione del pagamento (diretto o a conguaglio) dei permessi lavorativi a partire dall’entrata in vigore della Legge 183/2011, cioè dal 24 novembre 2010; (se l’INPS non assicura il pagamento, il datore di lavoro non concede i permessi)
  • si richiede al lavoratore di inviare – entro il 31 marzo 2011 – una dichiarazione di responsabilità in cui indica con esattezza il grado di parentela;
  • si richiede di dichiarare se il coniuge o un genitore della persona da assistere è deceduto o mancante; se si dichiara che il coniuge della persona da assistere è separato o divorziato è necessario allegare copia del provvedimento da cui risulti lo stato giuridico di separazione o di divorzio; se si dichiara che la persona assistere è in stato di abbandono bisogna allegare copia della documentazione dell’autorità giudiziaria o di altra pubblica autorità da cui risulti lo stato giuridico di abbandono.
  • si richiede di dichiarare, nel caso il coniuge e/o entrambi i genitori siano presenti, se abbiamo più di 65 anni di età.
  • si richiede di dichiarare, nel caso il coniuge e/o entrambi i genitori siano presenti, ed abbiamo meno di 65 anni di età, se siano affetti essi stessi da patologie invalidanti. Le patologie da prendere a riferimento sono quelle indicate dall’articolo 2, comma 1, lettera d), numeri 1, 2 e 3 del Decreto Interministeriale n. 278 del 21 luglio 2000. E cioè:
    • le patologie acute o croniche che determinano permanente riduzione o perdita dell’autonomia personale, ivi incluse le affezioni croniche di natura congenita, reumatica, neoplastica, infettiva, dismetabolica, post-traumatica, neurologica, neuromuscolare, psichiatrica, derivanti da dipendenze, a carattere evolutivo o soggette a riacutizzazioni periodiche;
    • le patologie acute o croniche che richiedono assistenza continuativa o frequenti monitoraggi clinici, ematochimici e strumentali;
    • le patologie acute o croniche che richiedono la partecipazione attiva del familiare nel trattamento sanitario.
  • In tale caso deve essere allegata, in busta chiusa indirizzata al Centro Medico Legale dell’INPS territorialmente competente, idonea documentazione del medico specialista del Servizio sanitario nazionale o con esso convenzionato o del medico di medicina generale (il cosiddetto medico di famiglia) o della struttura sanitaria nel caso di ricovero o intervento chirurgico.

 

Se ricorre anche una sola di queste tre condizioni (età superiore ai 65 anni, abbandono, patologia invalidante del genitore o coniuge), la concessione dei permessi viene confermata e la fruizione degli stessi può riprendere.

In caso contrario, il pagamento dei permessi da parte di INPS viene definitamente revocato. Lo stesso effetto è prodotto dal mancato invio della documentazione richiesta. Dopodichè INPS procede al recupero dei relativi pagamenti già effettuati, dal 24 novembre 2010 alla data di comunicazione. Per comprendere questo passaggio è bene sapere che i “costo” dei giorni di permesso è attualmente coperto dall’INPS direttamente al lavoratore in casi particolari, più spesso a conguaglio con l’Azienda. “Conguaglio” significa che i costi dei permessi vengono conteggiati nel “dare-avere” con l’Azienda. Nell’“avere” ci sono, ad esempio, tutti i contributi previdenziali che l’Azienda deve versare; nel “dare” ci sono, appunto, i costi relativi alla retribuzione dei permessi lavorativi ex Legge 104/1992.

Più lavoratori che assistono la stessa persona con disabilità

Come già detto l’ipotesi riguarda quei casi in cui i permessi siano stati richiesti – per l’assistenza alla stessa persona – da più lavoratori che ne usufruiscono alternativamente (nello stesso mese o in mesi diversi). Questa dell’alternatività è una opportunità che – ora – il Legislatore ammette solo per i genitori.

Questi lavoratori – e temiamo che siano parecchi – riceveranno una comunicazione in cui:

  • si comunica la sospensione del pagamento (diretto o a conguaglio) dei permessi lavorativi a partire dall’entrata in vigore della Legge 183/2011, cioè dal 24 novembre 2010;
  • si richiede l’indicazione di un unico lavoratore quale titolare dei benefici ex Legge 104/1992; tale indicazione deve essere effettuata dalla persona con disabilità che beneficia dell’assistenza; Se la persona in situazione di disabilità grave è soggetta a tutela, a curatela o ad amministrazione di sostegno la dichiarazione deve essere resa e sottoscritta dal tutore o dall’interessato con l’assistenza del curatore o dall’amministratore di sostegno. In tali casi è necessario allegare copia del decreto di nomina del tutore, curatore o amministratore di sostegno, se non risultino già in possesso dell’INPS. Se la persona in situazione di disabilità grave è minorenne la dichiarazione deve essere resa da chi ne esercita la potestà genitoriale.

 

Una volta ricevuta la dichiarazione, la concessione dei permessi viene confermata (non se ne conoscono i tempi) e la fruizione degli stessi può riprendere.

In caso contrario, il pagamento dei permessi da parte di INPS viene definitamente revocato. Lo stesso effetto è prodotto dal mancato invio della documentazione richiesta. E anche in questi casi INPS procede al recupero dei relativi pagamenti già effettuati o interviene sui conguagli all’azienda, dal 24 novembre 2010 alla data di comunicazione.

Le successive azioni dell’Azienda sul lavoratore, non sono di interesse di INPS, ma è ovviamente da supporre che ciascuna azienda tenterà di recuperare ciò che l’Istituto si è “ripreso”, agendo sulla retribuzione o sulle ferie.

Come si può intuire i disagi per i lavoratori non sono di poco conto: se rientrano fra gli aventi diritto anche in base alle nuove indicazioni, ben che vada rimarranno senza la possibilità di fruire dei permessi per qualche mese. Se non ne hanno diritto in forza delle nuove disposizioni, si troveranno a “pagare” retroattivamente. 

tratto da handylex.org

14 dicembre 2010

Indennità di accompagnamento: i criteri secondo INPS

Filed under: Benvenuto — marcoleti @ 3:50 pm

Per delineare un quadro reale delle interessanti evoluzioni in materia di concessione dell’indennità di accompagnamento, dobbiamo ripercorre alcune recenti vicende.

La Manovra correttiva

Nel giugno del 2010, mentre si discutevano le Misure “anti-crisi” (Decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 che poi fu convertito definitivamente dalla Legge 30 luglio 2010, n. 122), un emendamento di origine governativa tentò di modificare i criteri per la concessione dell’indennità di accompagnamento. Ne seguì una accesa protesta da parte delle Federazioni delle persone con disabilità (FISH e FAND) e una serrata discussione in Commissione Bilancio che portò al ritiro dell’emendamento.

Ricordiamo il testo dell’emendamento – presentato dal Relatore di Maggioranza – e poi ritirato.

1-bis. La lettera b) del comma 2 dell’articolo 1, della legge 21 novembre 1988, n° 508 è così sostituita:

b) ai cittadini nei cui confronti sia stata accertata una inabilità totale per affezioni fisiche o psichiche e che si trovino nella impossibilità permanente di deambulare senza l’aiuto di un accompagnatore, o, non essendo in grado di compiere il complesso degli atti elementari della vita, abbisognano di una assistenza continuativa”.

Dietro un testo apparentemente innocuo si celavano dei risvolti di notevole rilevanza e ricadute significative in termini di successiva concessione dell’indennità di accompagnamento.

Per comprendere le conseguenze di quell’emendamento bisogna ricordare quali sono oggi i requisiti sanitari previsti.

L’ultima indicazione, quella vigente, è del 1988 (articolo 1, comma 2, lettera b), Legge 21 novembre 1988, n. 508). L’indennità di accompagnamento viene oggi concessa alle persone con inabilità totale quando ricorre una delle due seguenti condizioni: si trovino nella impossibilità di deambulare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore; oppure, non essendo in grado di compiere gli atti quotidiani della vita, abbisognano di una assistenza continua. 

Deambulazione

La prima condizione è chiara: l’indennità viene concessa nel caso di grave impedimento alla deambulazione, tanto grave da non potersi muovere senza l’aiuto di un accompagnatore.

L’emendamento spostava il termine “permanente”, precisando che l’impossibilità a deambulare deve essere permanente. Non è un aspetto marginale e lo spiegava bene la stessa relazione all’emendamento.

Si prevede che il deficit della deambulazione debba essere permanente ed assoluto, tale da rendere siffatta funzione del tutto impossibile senza l’aiuto di un accompagnatore. Ai fini della costituzione dei requisiti medico-legali per il beneficio in parola non rilevano, perciò, deficit della deambulazione compensabili, anche parzialmente, con ausili quali mezzi di appoggio, protesi o ortesi”.

Cosa sarebbe cambiato? Facciamo un esempio concreto. Chi deambula lentissimamente e con enorme fatica con l’aiuto di un tripode, di due stampelle o di altri ausili, non avrebbe più ottenuto l’indennità di accompagnamento.

Atti quotidiani della vita

L’altra condizione, alternativa, per ottenere l’indennità di accompagnamento prende in considerazione la necessità di assistenza continua.

Nella normativa vigente si riconosce la necessità di assistenza continua quando una persona non è in grado di compiere gli atti quotidiani della vita.

Ma cosa sono gli atti quotidiani della vita? Per capirlo bisogna rifarsi alla letteratura scientifica internazionale e italiana che sulla rilevazione, misurazione e valutazione dell’autonomia personale ha sviluppato una notevole e consolidata produzione.

Le scale di valutazione dell’autonomia personale sono ampiamente usate anche in Italia da decenni e si basano proprio sulla valutazione della capacità di esecuzione di atti quotidiani.

In ogni caso si distingue fra atti elementari e atti strumentali della vita quotidiana.

Sono atti elementari: fare il bagno (ricevere assistenza nel lavare non più di una parte del corpo); vestirsi (escluso l’allacciarsi le scarpe); uso del gabinetto (recarvisi con ausili, pulirsi e rivestirsi da solo); mobilità (alzarsi e sedersi sulla sedia senza appoggiarsi, usare il bastone); continenza (controllo completo di feci ed urine); alimentazione (escluso il tagliare la carne).

L’emendamento proposto dal Governo prevedeva che, per ottenere l’indennità di accompagnamento, la persona non dovesse essere in grado di compiere il complesso degli atti elementari della vita.

I risvolti, pertanto, sono due: in primo luogo il riferimento è al complesso degli atti e non solo ad uno o due di essi. È chiaro che la necessità di assistenza per tutti gli atti elementari si configura solo in casi gravissimi.

Inoltre, con la nuova definizione non si riteneva rilevante la necessità di assistenza continua nel caso di impossibilità allo svolgimento degli atti strumentali della quotidianità. Cosa sono? Ricorriamo ancora una volta alla consolidata letteratura scientifica.

Sono atti strumentali della vita quotidiana la capacità di usare il telefono, di fare acquisti e gestire il denaro, di preparare il cibo, di governare la casa, di cambiare la biancheria, di usare i mezzi di trasporto, di essere responsabili nell’uso dei farmaci, di essere capaci di maneggiare il denaro.

Nella definizione proposta dall’emendamento, diversamente da quella precedente, non li si teneva minimamente in considerazione. Come non si consideravano tutti gli aspetti relazionali derivanti da malattia mentale o da demenza senile.

I nuovi criteri, quindi, avrebbero escluso dalla concessione dell’indennità di accompagnamento moltissime persone, non solo anziane, con disabilità intellettiva o relazione il cui grado di autonomia personale è estremamente ridotto, pur essendo conservata la capacità nello svolgimento degli atti elementari.

Come già detto, l’emendamento, ritenuto inopportuno ed eccessivamente restrittivo, fu ritirato.

Le Linee Guida dell’INPS

A distanza di tre mesi dall’approvazione della Legge 122/2010 di conversione del Decreto-legge 78/2010, l’INPS, con una Comunicazione del 20 settembre 2010 (interna e non diffusa nel sito ufficiale) del Direttore Generale ai tutti i Dirigenti regionali INPS, fornisce le “Linee Guida operative in invalidità civile”.

Le Linee Guida, elaborate con il contributo del Coordinamento Medico Legale, forniscono anche indicazioni relative ai requisiti sanitari per la concessione dell’indennità di accompagnamento.

Dalla lettura delle “Linee Guida” non appare forzato rilevare forti similitudini con i principi e le indicazioni contenute nell’emendamento cassato già in sede referente dal Parlamento.

Purtuttavia le indicazioni hanno un effetto di notevole entità, costituendo il riferimento operativo a cui i medici INPS si dovranno attenere nella valutazione dell’invalidità civile.

È opportuno poi ricordare che – grazie all’articolo 20 della Legge 102/2009 – “In ogni caso l’accertamento definitivo [dell’invalidità, NdR] è effettuato dall’INPS”.

Quindi, all’atto pratico, quelle indicazioni interne di INPS finiranno per essere prevalenti sulle stesse disposizioni di legge interpretate dall’Istituto.

I requisiti secondo INPS

Vediamo innanzitutto come INPS – nelle Linee Guida – “rilegge” la formulazione legislativa relativa alla “impossibilità di deambulare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore”.

Recita l’INPS: “È opportuno sottolineare alcuni requisiti di legge quali l’impossibilità a deambulare, non la semplice difficoltà, il carattere di permanenza dell’aiuto dell’accompagnatore, non di saltuarietà. Va da sé che presidi ortopedici e protesici che rendano il soggetto autonomo nella deambulazione escludono il diritto all’indennità. Il requisito della permanenza implica la sussistenza di menomazioni anatomo-funzionali irreversibili e immodificabili da qualsiasi presidio”.

Come già chiosato a proposito dell’emendamento ritirato, se una persona riesce a muovere pochi passi, oppure utilizza tutori che consentano di deambulare lentissimamente è escluso dalla concessione di indennità di accompagnamento.

Inoltre l’interpretazione – avendo oltremodo forzato l’accento sulla presenza dell’accompagnatore – potrebbe escludere anche coloro che, pur usando una sedia a ruote, si spostano senza l’aiuto di terzi.

Gli atti quotidiani della vita

Ancor più, l’INPS, nelle sue Linee Guida, sembra riprendere la logica dell’emendamento (non approvato dal Parlamento) relativa agli atti quotidiani della vita.

Per quel che concerne gli atti quotidiani della vita, constatando la genericità dell’espressione e in accordo con la prevalente dottrina medico legale, essi vanno intesi come quel complesso di attività che assicurano un livello basale di autonomia personale in un ambito per lo più intradomiciliare. Il prendere in considerazione le attività extradomiciliari, in ambienti complessi come le moderne metropoli, porterebbe, infatti, ad una valutazione talmente estensiva da superare l’ambito medico legale”.

Quindi, secondo INPS, gli atti quotidiani – da valutare ai fini dell’indennità di accompagnamento – sono quelli elementari (vestirsi, lavarsi, controllo degli sfinteri…) e, per di più, limitati alla propria abitazione.

Le attività extradomiciliari (ad esempio: saper orientarsi, saper prendere un mezzo pubblico, saper chiedere aiuto o un’informazione) non hanno rilevanza ai fini valutativi.

Prosegue INPS: “Si ricorda che il dettato legislativo prevede la necessita di una assistenza continuativa da parte di terzi per il concretizzarsi del requisito medico legale; si intende che la dizione “continuativa” rimanda ad una assistenza che si esplica nell’arco della intera giornata e non solo in saltuari momenti”.

Nella sostanza INPS riprende la logica della modifica legislativa presente nell’emendamento (non approvato) che introduceva il “complesso” degli atti quotidiani come nuovo criterio di discrimine.

All’atto pratico – e con tutti i limiti dell’esemplificazione – con queste nuove indicazioni è pressoché impossibile che una persona con sindrome di Down possa ottenere l’indennità di accompagnamento.

Le scale di valutazione dell’autonomia

A conferma di questa logica, l’INPS pone un freno e dei “paletti” all’uso delle scale di valutazione dell’autonomia degli atti quotidiani di vita, largamente consolidati, usati e oggetto di letteratura scientifica negli ultimi trent’anni.

Non potendone disconoscere la fondatezza, ne limita il ricorso.

Utile punto di riferimento sono le scale ADL (specialmente nell’indicare le funzioni basali da prendere in considerazione: lavarsi, vestirsi, spostarsi, continenza sfinteriale e autonomia in toilette, alimentazione ) e IADL (enfatizzando le funzioni più elementari quali l’assunzione dei farmaci e la preparazione dei pasti) rifuggendo però da schematismi”.

Che differenza c’è fra ADL e IADL?

La prima (ADL – Activities of Daily Living) è una scala di valutazione di autonomia nelle attività quotidiane. La seconda (IADL – Instrumental Activities of Daily Living) è una scala delle attività strumentali della vita quotidiana, cioè quelle più complesse e che condizionano comunque l’autonomia personale: usare il telefono, usare i mezzi pubblici, gestire il denaro, uso responsabile dei farmaci, preparazione dei pasti, governo della casa, ecc.

INPS consiglia di limitarsi alle scale che valutano solo le attività “basali”, cioè elementari (e solo in casa come abbiamo visto sopra). E anche quando si rifersce alle IADL, invita ad enfatizzare la sola parte relativa all’assunzione dei farmaci.

Infatti precisa: “A tal proposito sembrano di maggiore affidabilità strumenti quali l’indice di Barthel o l’indice di Katz utilizzati in ambiente fisiatrico”.

Ancora una volta, la scala di Barthel e la scala di Katz (da non confondere con l’indice di Katz che è un esame di laboratorio legato alla VES e alla presenza di infezioni nell’organismo) sono strumenti che valutano e quantificano l’autonomia solo negli atti strettamente elementari.

Sempre nei limiti degli esempi, una persona con disabilità intellettiva, assolutamente incapace di uscire autonomamente da casa propria, di prendere un autobus, di comprarsi un panino, potrebbe ottenere comunque un punteggio di alta autonomia negli atti quotidiani elementari se si veste, si lava e mangia da solo e se controlla gli sfinteri. Nella linea interpretativa dell’INPS, sarebbe escluso dalla concessione dell’indennità di accompagnamento.

L’applicazione di queste interpretazioni dell’INPS, che non appaiono sufficientemente corroborate da basi normative o giurisprudenziali, oltre a sovrapporsi a quanto il Legislatore non ha voluto approvare nel luglio scorso, verosimilmente genereranno una nuova ondata di contenziosi.

tratto da handylex.org

3 dicembre 2010

Controlli INPS sugli invalidi: che fare?

Filed under: Benvenuto — marcoleti @ 8:17 am

Molte persone con disabilità (grave, meno grave ma stabilizzata e incontrovertibile) stanno ricevendo una lettera raccomandata dell’INPS che chiede di inviare, entro 15 giorni, la documentazione sanitaria relativa allo “stato invalidante che ha dato luogo alla prestazione di cui lei è titolare, nonché, eventualmente, ulteriore successiva certificazione sanitaria in proprio possesso”.
La richiesta dell’INPS è mirata a valutare la persistenza e la sussistenza dello stato invalidante.

È un’operazione che rientra nel Piano straordinario di verifica sulle invalidità civili previsto dall’articolo 10 del Decreto Legge 31 maggio 2010, n. 78 (la cosiddetta “Manovra correttiva”), in via di conversione in questi giorni: ha disposto l’effettuazione di 100.000 verifiche nel 2010, e altre 500.000 controlli nei due anni successivi, a carico degli invalidi civili, ciechi civili e sordi.
L’INPS ha fissato queste regole , senza aver avuto alcuna indicazione dal Ministero del lavoro, nella Circolare 76 del 22 giugno 2010.

Il campione

Nella stessa Circolare è precisato su quali gruppi è stato estratto il campione di 100.000 persone. Queste sono:

– i titolari di indennità di accompagnamento (ciechi e invalidi) e di comunicazione ma solo di età compresa fra i 18 e i 67 anni;

– i titolari di assegno mensile di assistenza (invalidi parziali) ma solo di età compresa fra i 40 e i 60 anni.

Inoltre, il campione è stato estratto solo su chi percepisce assegni o indennità da prima del 1 aprile 2007, cioè dalla data in cui la gestione amministrativa è passata completamente a INPS.

Le verifiche non riguardano, quindi, né i minori, né i gli anziani oltre i 67 anni di età (cioè la fascia più ampia dei percettori di indennità di accompagnamento), né gli invalidi al 100% che ricevono la sola pensione di invalidità.

Che cosa fa l’INPS?

La documentazione che l’INPS riceve viene valutata dai suoi sanitari, molti dei quali sono i 488 medici precari in via di assunzione a tempo parziale e determinato. La valutazione è, quindi, essenzialmente sugli atti, il che può essere un vantaggio perchè evita il disagio di una visita, ma rappresenta anche un rischio come tutte le valutazioni non effettuate anche sulla persona. 

L’INPS, senza visitare l’invalido, può decidere di:

  • riconoscere la patologia come grave, stabilizzata o ingravescente (DM 2 agosto 2007) e, quindi, non prevedere più alcun ulteriore successivo controllo;
  • confermare l’invalidità accertata:
  • rettificare l’invalidità precedentemente accertata e quindi revocare indennità, pensione, assegno, senza nemmeno visitare l’interessato.

Se l’interessato non invia documentazione o se la documentazione viene ritenuta insufficiente per l’adozione di una qualsiasi delle tre decisioni, l’INPS convoca a visita.

Che cosa si può fare?

1. Inviare la documentazione di cui già si dispone all’INPS entro 15 giorni. E aspettare l’esito delle valutazioni.

La documentazione che si suggerisce di inviare è:

a) i verbali di invalidità, handicap (Legge 104/1992), disabilità ai fini lavorativi (Legge 68/1999) di cui si è in possesso. È da tenere presente, infatti, che spesso l’INPS non ne dispone.
b) Documentazione sanitaria in particolare se relativa alle patologie che risultano nei verbali di invalidità; è preferibile che siano certificati, relazioni, referti rilasciati da centri specialistici, meglio ancora se pubblici. Utili anche le relazioni eventualmente rilasciate da centri di riabilitazione.
c) Eventuali lettere di dimissioni da ricoveri ospedalieri recenti e non. 

Le semplici relazioni del medico di famiglia non hanno, per l’INPS, un grande “valore probatorio”, essendo considerate spesso “compiacenti”.

Se, in seguito alla valutazione di questa documentazione, l’INPS revoca la prestazione sulla base dei soli documenti presentati, si consiglia di avviare immediatamente il ricorso al giudice, presentando oltre alle motivazioni di merito, anche quelle di forma: non c’è stata valutazione diretta. Per il ricorso, che deve essere proposto entro 180 giorni dalla notifica, ci si deve rivolgere ad un legale, anche tramite un patronato sindacale.

Se l’INPS, invece, convoca a visita, ci si deve presentare alla convocazione o, in caso di grave rischio per la salute, richiedere la visita domiciliare con il supporto di una specifica certificazione del medico curante.
Durante la visita si può presentare ulteriore documentazione specialistica e ci si può far assistere – a proprie spese, da un medico di fiducia. 

2. Acquisire documentazione sanitaria più recente da aggiungere a quella più di cui si è già in possesso e quindi spedire tutto all’INPS entro 15 giorni.

È una ipotesi che ha senso solo se si ha la possibilità di ottenere certificazioni specialistiche (meglio se pubbliche e se basate su test e/o analisi strumentali) entro pochi giorni.
Per la documentazione già in possesso, valgono le considerazioni espresse sopra.

Se, in seguito alla valutazione di questa documentazione, l’INPS revoca la prestazione solo su base documentale si consiglia di avviare immediatamente il ricorso al giudice, presentando oltre alle motivazioni di merito, anche quelle di forma: non c’è stata valutazione diretta. Per il ricorso, che deve essere proposto entro 180 giorni dalla notifica, ci si deve rivolgere ad un legale, anche tramite un patronato sindacale.

Se l’INPS, invece convoca a visita, ci si deve presentare alla convocazione o, in caso di grave rischio per la salute, richiedere la visita domiciliare con il supporto di una specifica certificazione del medico curante.
Durante la visita si può presentare ulteriore documentazione specialistica e ci si può far assistere – a proprie spese, da un medico di fiducia.

3. Ignorare la lettera dell’INPS e non inviare nulla.

Questo comporta, in automatico, la convocazione a visita, ma ha anche altri vantaggi.

a) si ha più tempo per ottenere ulteriori certificazioni specialistiche;
b) la valutazione non avviene solo sugli atti, ma anche con visita diretta sulla persona.

Inoltre, c’è un aspetto “civico”: si costringe l’INPS a effettuare i controlli che gli sono stati affidati, con criteri diversi e di maggior tutela, e non dettati dalla fretta di chiuderli entro fine anno.

Non dimentichiamo, poi, che INPS, richiedendo la documentazione “che ha dato luogo a riconoscimento dell’invalidità” agli interessati, è al limite della liceità, poiché ai sensi della Legge 241/1990 non potrebbe chiedere nuovamente documentazione di cui la Pubblica Amministrazione è già in possesso.

Questa scelta ha senso se recuperare documentazione è complesso, oppure se non ci si fida – date le particolarità della propria disabilità – della valutazione sugli atti dei medici (precari) dell’INPS.

In ogni caso, il mancato invio della documentazione non comporta la sospensione o la revoca delle provvidenze economiche, ma solo la convocazione a visita in automatico.

Patologie gravi stabilizzate o ingravescenti

Una nota di approfondimento: a chi è affetto da una patologia grave, stabilizzata o ingravescente, che abbia già dato titolo all’indennità di accompagnamento o di comunicazione, è bene ricordare che il Decreto ministeriale 2 agosto 2007 (si veda sotto), prevede per ciascun gruppo di patologie la relativa documentazione sanitaria che le comprovi.

Essere riconosciuti come appartenenti a queste categorie di patologie è importante perchè comporta l’esclusione da successive visite di controllo.

È però necessario disporre delle certificazioni previste dal Decreto citato e rilasciate da strutture specialistiche pubbliche, accreditate o convenzionate.
Non è pensabile ottenere quella documentazione, se già non se ne dispone, nei 15 giorni richiesti dall’INPS.

Ecco che, anche in questi casi, diventa più funzionale adottare la scelta di ignorare la lettera dell’INPS e prodigarsi invece per ottenere una documentazione, in questo caso, più mirata oltre che a vedersi confermare pensione e indennità, anche a non essere riconvocati nuovamente a visita.

23 luglio 2010 

tratto da http://www.handylex.org/gun/controlli_inps_invalidi_che_fare.shtml

12 luglio 2010

Piano straordinario di verifiche sulle invalidità: istruzioni INPS

Filed under: Benvenuto — marcoleti @ 7:00 pm

Il Decreto Legge 78/2010 (Manovra) non è ancora stato convertito in legge, ma già l’INPS si organizza per attuare il nuovo Piano straordinario di verifiche sulle invalidità civili che prevede controlli su 100.000 posizioni nel 2010, e altre 400.000 nei due anni successivi.

Per le verifiche del 2010 INPS ha speditamente fissato le regole nella propria Circolare 76 del 22 giugno 2010. Le indicazioni dell’Istituto, a firma Nori, riservano qualche sorpresa e perplessità vieppiù se messe in relazione con le innumerevoli dichiarazioni di queste settimane a proposito di “falsi invalidi”.

Il campione

Innanzitutto il campione delle persone interessate dalle future verifiche è stato estrapolato dal casellario dell’INPS su dati inseriti fino al primo gennaio 2010.

La verifica – stabilisce l’INPS – non riguarda tutti gli invalidi e ciechi civili, o sordi, ma solo alcuni di essi.

Il campione, infatti, è stato estratto su:

i titolari di indennità di accompagnamento (ciechi e invalidi) e di comunicazione ma solo di età compresa fra i 18 e i 67 anni di età compiuti [così nel testo, Ndr];

i titolari di assegno mensile di assistenza (invalidi parziali) ma solo di età compresa fra i 40 e i 60 anni di età.

Inoltre, il campione è stato estratto solo su chi percepisce assegni o indennità da prima del 1 aprile 2007, cioè dalla data in cui la gestione amministrativa è passata completamente a INPS.

Le verifiche non riguardano, quindi, né i minori, né i gli anziani oltre i 67 anni di età (cioè la fascia più ampia dei percettori di indennità di accompagnamento), né gli invalidi al 100% che ricevono la sola pensione di invalidità.

Sono, inoltre, esclusi dai controlli – e questo non per scelta dell’INPS ma per imposizione di legge – le persone affette da gravi menomazioni o patologie stabilizzate o ingravescenti (decreto interministeriale 2 agosto 2007), ai quali è già stata riconosciuta quella condizione.

Sono, infine, esclusi dagli accertamenti gli anziani (over 65) invalidi che percepiscono l’assegno o la pensione sociale.

A tutta prima, il campione selezionato non sembra affatto mirato a voler “ripulire” nel complesso l’enfatizzato fenomeno delle “frodi in materia di invalidità civile”.

Il procedimento di verifica

Cambiano radicalmente, rispetto al Piano di verifiche del 2009, le modalità con le quali vengono effettuati i nuovi controlli.

La nuova logica è più rapida ed agevole per l’INPS, ma certamente di minore garanzia per il Cittadino.

L’INPS richiederà alle Aziende Usl l’invio dei fascicoli sanitari relativi alle persone selezionate per la verifica.

Contestualmente invia ai soggetti selezionati per la verifica una lettera raccomandata con invito a far pervenire, entro 15 giorni dalla data di ricezione, al Centro Medico-Legale INPS, la documentazione posseduta, utile per una preventiva valutazione dello stato invalidante in essere.

Dubbi di liceità

Questa doppia richiesta solleva qualche perplessità. 

Al momento dell’accertamento degli stati invalidanti, il Cittadino – da decenni ormai – ha l’obbligo di presentare la propria documentazione sanitaria alla Azienda Usl di competenza. 

Quest’ultima, anche in forza dell’articolo 22 del Codice della privacy (D. Lgs. 196/2003), ha l’obbligo di conservare rigorosamente i dati personali in particolare se “sensibili” cioè se riguardano la salute. Le Aziende Usl che non applicano quella disposizione commettono un reato (penale, quindi).

Eppure, stando alla Relazione Annuale INPS 2010, nel corso delle verifiche del 2009 soltanto il 9% dei fascicoli richiesti sono stati inviati dalle. È singolare che in nessun caso, anche nel rispetto del Codice sulla privacy, non siano stati predisposti accertamenti giudiziari per rilevare ipotesi di reato, né avviate da parte di INPS specifiche segnalazioni al Garante della Privacy o alla stessa autorità giudiziaria.

Verosimilmente è per questo motivo che l’INPS – visto che dalle ASL riesce a ricevere ben pochi fascicoli – li richiede, in modo perentorio, al Cittadino.

Sembra dimenticare l’INPS un altro principio, sancito dal Legislatore (Legge 291/1990) e, ripetutamente, dalla giurisprudenza: i dati già in possesso della Pubblica amministrazione non possono essere nuovamente richiesti al Cittadino per altri procedimenti.

La definizione dei controlli

Nel caso in cui il Cittadino, entro 15 giorni, non invii la documentazione richeista o questa sia insufficiente (lo decide sempre l’INPS), riceve una convocazione a visita.

Se invece la documentazione viene ritenuta sufficiente per poter effettuare una valutazione sugli atti  (cioè in base alle sole certificazioni, referti, cartelle cliniche), l’INPS si riserva diverse possibilità.

La prima è di confermare la prestazione erogata.

La seconda di applicare quanto previsto dal DM 2 agosto 2007, cioè di riconoscere che si tratta di una patologia grave stabilizzata o ingravescente ed escludere la persona da ulteriori verifiche.

E infine la terza ipotesi è quella della rettifica dei precedenti verbali di invalidità precedente e, quindi, di revocare la pensione, l’indennità o l’assegno.

L’istituto della rettifica – già previsto per le malattie professionali e le invalidità per lavoro – è stato esteso anche per le prestazioni di invalidità civile, cecità civile, sordità civile, handicap, disabilità e alle prestazioni di invalidità a carattere previdenziale (cioè le pensioni di invalidità concessa in costanza di attività lavorativa) dal secondo comma dell’articolo 10 del Decreto legge 78/2010 (Manovra).

Consente, appunto di rettificare, in qualunque momento, le prestazioni erogate, in caso di errore commesso in sede di attribuzione, concessione o erogazione.

L’INPS applica nel senso più estensivo questa nuova possibilità, riservandosi la rettifica anche solo sulla base della documentazione presentata, senza procedere a nessuna visita e valutazione oggettiva della persona.

Chi effettua le valutazioni

Le valutazioni non vengono effettuate dalla “solita” Commissione di verifica, quella cioè integrata con i medici delle Associazioni di categorie e omogenea alla Commissione ASL.

La permanenza del possesso dei requisiti sanitari, in questo caso, viene accertata dalla Commissione Commissione medica è composta da soli due medici individuati dall’INPS competente territorialmente.

Visite domiciliari

L’impossibilità di recarsi a visita ambulatoriale presso il Centro Medico legale INPS per sottoporsi alla verifica sarà giustificata unicamente nel caso di impedimento fisico, perché il soggetto si trova in condizione di intrasportabilità o perchè in regime di ricovero.

Nel primo caso il soggetto dovrà far pervenire la richiesta di visita domiciliare, con certificazione medica adeguatamente motivata. Nel secondo caso si dovrà inviare una certificazione rilasciata dalla relativa Direzione sanitaria, accompagnata da richiesta di visita presso la struttura stessa.

L’INPS ricorda il disposto dell’articolo 10 del recente Decreto legge 78/2010 che rafforza quanto già previsto in materia di falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici (articolo 479 del Codice Penale) ed estende alcune norme già vigenti in materia di false attestazioni o certificazioni.

tratto da handylex.org

30 giugno 2010

Manovra correttiva: emendamento del Governo

Filed under: Benvenuto — marcoleti @ 2:48 pm

In Commissione Bilancio del Senato, ieri sera, è stato presentato dall’Onorevole Azzollini, presidente della Commissione e relatore di Maggioranza, l’emendamento del Governo all’articolo 10 del Decreto Legge 78/2010 (Manovra). L’articolo riguarda la “Riduzione della spesa in materia di invalidità”.

Come si ricorderà, il testo originario prevede, fra le altre disposizioni, un intervento sull’assegno mensile di assistenza che è attualmente riconosciuto agli invalidi civili parziali (dal 74% al 99% di invalidità accertata), di età compresa fra i 18 e i 65 anni di età.

Per godere dell’assegno sono previste altre due condizioni oltre a quella sanitaria: risultare inoccupati e iscritti alle liste di collocamento e non superare il limite reddituale annuale di 4.408,95 euro. Un limite molto basso, quindi. L’importo dell’assegno è di 256,67 euro mensili (importo 2010) per un totale annuo di 3.336,71 euro.

La Manovra interviene sulla percentuale minima di invalidità richiesta per la concessione dell’assegno: sarà elevata all’85% a partire dal primo giugno 2010. Rimangono fermi gli altri requisiti reddituali e di inoccupazione. Il limite varrà solo per le nuove domande.

Le numerose critiche espresse in queste settimane hanno spinto il Governo a proporre un emendamento. Le osservazioni più ascoltate sono state quelle che rilevavano come, con la nuova disposizione, si escludessero dal godimento dell’assegno mensile le persone affette da patologie quali la Sindrome di Down, gravi affezioni cardiache o respiratorie, psicosi anche gravi ed altre forme patologiche per le quali le tabelle di riferimento (Decreto del Ministero della Sanità 5 febbraio 1992) prevedono una percentuale di invalidità inferiore all’85%.

L’assegno: le modifiche

L’emendamento del Governo propone una modalità applicativa che conserva il precedente limite del 74% nei casi di patologia unica.

Spieghiamo meglio: le patologie per le quali nelle tabelle di riferimento è indicata una percentuale superiore al 74% danno comunque diritto alla corresponsione dell’assegno mensile di assistenza.

Il senso della disposizione è presto detto: rimarrebbero ora escluse “solo” le persone che non raggiungono l’85% benché affette da più patologie che, singolarmente valutate, corrispondono a percentuali inferiori al 74%.

Primo esempio: persona affetta da laringectomia totale (percentuale fissa prevista: 75%); ha diritto comunque all’assegno mensile, se disoccupata e se non supera i limiti reddituali.

Secondo esempio: persona affetta da nevrosi fobica ossessiva grave (41-50%) e da disfonia cronica grave (21-30%); non ha diritto all’assegno mensile, anche se disoccupata e se non supera i limiti reddituali.

Secondo la relazione all’emendamento, rappresentano il 90% le situazioni in cui la percentuale di invalidità complessiva è data dalla somma di più patologie.

Si aprono notevoli dubbi circa l’equità di tale emendamento.

L’indennità di accompagnamento

L’emendamento presentato interviene anche sull’indennità di accompagnamento agli invalidi civili, ridefinendo i requisiti medico-legali per il riconoscimento di tale provvidenza.

Fino ad oggi la definizione esatta era data all’articolo 1, comma 2, lettera b) che prevedeva la concessione “ai cittadini nei cui confronti sia stata accertata una inabilità totale per affezioni fisiche o psichiche e che si trovino nella impossibilità di deambulare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore o, non essendo in grado di compiere gli atti quotidiani della vita, abbisognano di una assistenza continua”.

Più stringente la nuova definizione medico-legale:

“ai cittadini nei cui confronti sia stata accertata una inabilità totale per affezioni fisiche o psichiche e che si trovino nella impossibilità permanente di deambulare senza l’aiuto di un accompagnatore, o, non essendo in grado di compiere il complesso degli atti elementari della vita, abbisognano di una assistenza continuativa”.

L’intento chiarissimo è quello di restringere notevolmente il novero dei possibili titolari di indennità di accompagnamento solo a casi di gravissima e totale compromissione dell’autonomia nel suo senso più restrittivo.

La relazione all’emendamento è, in tal senso, molto significativa:

“In primo luogo si prevede che il deficit della deambulazione debba essere permanente ed assoluto, tale da rendere siffatta funzione del tutto impossibile senza l’aiuto di un accompagnatore. Ai fini della costituzione dei requisiti medico-legali per il beneficio in parola non rilevano, perciò, deficit della deambulazione compensabili, anche parzialmente, con ausili quali mezzi di appoggio, protesi o ortesi”.

La persona anziana che si sposta lentissimamente con l’aiuto di un tripode ne rimarrebbe esclusa.

E la relazione prosegue con precisazioni sull’impossibilità a compiere in autonomia il complesso degli atti elementari della vita. “La ratio della norma tende a tutelare quelle situazioni nelle quali, annullata la capacità lavorativa dell’individuo, l’infermità è di grado tale da abolire l’autonomia della persona in rapporto alla vita fisiologica (igiene personale, assunzione dei pasti, assunzione della terapia farmacologica, vestizione, ecc.)”.

Una situazione, quindi, gravissima. Perché?

“La rigorosa precisazione medico-legale della situazione di bisogno si rende necessaria per ovviare ad interpretazioni estensive della norma che attrarrebbero nella sfera di tutela anche soggetti in grado di svolgere in accettabile autonomia la quasi totalità degli atti del quotidiano e necessitanti – in linea teorica – anche di un solo intervento al giorno, espletabile da servizi integrati, previsti pressoché ovunque da norme attuative specifiche”.

Si tratta di una nuova definizione di estrema pericolosità, vista anche l’assenza totale di indicatori e di scale di valutazione dell’autonomia personale, pur presenti e consolidati nella letteratura scientifica internazionale.

Tempi di accertamento

L’emendamento presentato interviene anche sui tempi di accertamento degli stati invalidanti, correggendo il “vecchio” regolamento del 1994 (DPR 698/1994). Nel testo previgente all’emendamento il regolamento prevede “solo” che la data di accertamento venga fissata entro tre mesi dalla presentazione della domanda, disposizione – come sappiamo – largamente elusa dalle Aziende USL.

L’emendamento introduce una novità apparentemente positiva: nel caso in cui le Commissioni delle Aziende USL non rispettino quel termine, l’accertamento viene effettuato dall’INPS con le sue Commissioni entro i 15 giorni successivi.

Analoga procedura verrebbe attuata nel caso delle patologie oncologiche, per le quali la Legge 80/2006 prevede che la visita di accertamento venga effettuata entro 15 giorni dalla presentazione della domanda.

Piani straordinari di verifica

L’emendamento nulla aggiunge alle disposizioni già previste dal Decreto Legge 78/2010 in discussione, salvo introdurre la facoltà per l’INPS di avvalersi, nel corso delle verifiche, anche delle Commissioni ASL che, dal 2010, sono integrate con un medico dell’Istituto.

Il testo del emendato del Decreto Legge 78/2010 – verosimilmente contenente anche le modifiche proposte dal Governo, al termine dell’analisi della Commissione, passerà in Aula e, quindi, alla Camera per la successiva lettura.

30 giugno 2010

tratto da handylex.org

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